#InterSviste: il poeta da supermercato Giulio Zambon

C’è tutto un fervore poetico vasto ed eterogeneo su Instagram. E quando siamo lì a scrollare, e capitiamo in uno di questi profili, il nostro primo pensiero è “Eccone n’altro”. Perché diciamocelo: ne sono tanti; troppi. Non possono esistere così tanti poeti. Eppure, questo è un pregiudizio, a mio avviso. Come pure questa mia stessa affermazione “è un pregiudizio”, potrebbe essere un mio pregiudizio; dettato magari da questa mia instancabile e irreparabile necessità di romanticismo (nel senso comune, non accademico, del termine), che mi porta a scorgere sentimenti rinascimentali in ogni Fesseria-con-Velleità-Artistica in cui mi imbatto. Poesie su Instagram comprese. A me i pregiudizi stanno stretti. E so che i pregiudizi si superano ponendo/ponendosi domande.
La ginestra nasce sulla pietra lavica: non è che magari è capace a nascere pure sul silicio dei transistor di cui sono fatti i nostri smartphone e i PC??
#InterSviste vuole essere un ciclo di interviste a questi benedetti poeti. Quattro chiacchiere seriamente a caso, per capire chi sono, e dove diamine ci troviamo.

Oggi chiacchieriamo con Giulio Zambon, il “poeta da supermercato”.

#avanguardia
Se è vero che il pensiero è il linguaggio, personalmente credo sia giunto il momento di studiare gli effetti degli hashtag sul pensiero dell’uomo dei nostri giorni. Tuttavia, personalmente, oggi non mi sento molto Wittgenstein. Sentirmi Zambon, invece, mi riesce molto più facile. Con questa consapevolezza di essere degli idioti, procediamo verso lo step successivo: caliamoci nei panni di idioti da avanguardia. Per avanguardia si possono intendere troppe cose. Poi ci sono le neoavanguardie. L’uso che tu fai del linguaggio non è parodistico, né dissacrante, come quello proposto dalle neoavanguardie. Di queste, si potrebbe dire che arrivarono ad una contrapposizione del linguaggio quotidiano a quello freddo del capitalismo. Nella tua poesia, invece, il capitalismo (sarebbe meglio parlare di consumismo, è giusto?) si fa caldo. A leggerti, ci si sente proprio così: ben caldi, sì come avvolti in un “piumone ikea”. Insomma, Giulio; un flusso di coscienza immerso nella semantica social e nella semiotica consumistica, e poi il tuo rigetto poetico impressionistico: ti senti bene, Giulio?

Non conosco Wittgenstein. Per quanto mi riguarda potrebbe essere un brand austriaco di polli surgelati. Ma Wikipedia dice che esiste. E io le credo. “Le” perché Wikipedia è donna. Comunque io non ne so niente di avanguardie e neoavanguardie: decido di leggere pochissimo perché 1) c’è tanta merda disonesta in giro; 2) voglio dedicarmi alla costruzione di una mia versione dei fatti. Una mia versione dei fatti sulla poesia. E la mia versione dei fatti è che c’è un’eroinomane che ordina un trancio di pizza al bar, e che nessuno le scrive una poesia; che c’è una 19enne incinta che lavora in un burger king di periferia, e che nessuno le scrive una poesia. Che me ne faccio di una poesia che parla di nuvole? Che me ne faccio di una poesia che parla di fiori e ruscelli? Che me ne faccio di una poesia che vomita bellezze ideali e false e scollegate dalla realtà di tutti? La poesia deve essere utile, onesta, deve parlare della merda, sondarne le interiora, e rivelarne la bellezza inedita. Deve parlare a un senzatetto che dorme sul cartone, e dirgli che esiste bellezza anche per lui. Deve parlare a un operaio sottopagato che produce imballaggi in legno, e dirgli che esiste bellezza anche per lui. Frugare nell’immondizia e trovare schegge di bellezza: questo vuole fare la mia poesia.
Parlo di consumismo perché di consumismo, oggi, viviamo. Se vivessimo di liquirizie gusto cocco, parlerei di liquirizie gusto cocco, ma è di consumismo che sono fatte le nostre vite. Ogni cosa è consumo, un bebè che guarda un gatto, un terrorista che beve una dreher, una cassiera del lidl che sorride. Accusare il consumismo, parodiandolo o dissacrandolo, è mordere la mano che ci sfama: chi sopravvivrebbe senza i supermercati?, chi sopravvivrebbe senza i tovaglioli di carta 4 veli? Io non vorrei un mondo senza Coca Cola.
Comunque De André canta “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. E la mia poesia indossa stivali di plastica fino allo stomaco, e sta in piedi dentro al letame del mondo: cerca i fiori che esistono e che in pochi sanno. E lo fa senza filtri, senza imbrogli.

Ok. Allora, dato che sei una capra, parliamo di De André. Del resto, De André lo conoscono tutti, dalla cassiera della lidl al terrorista che beve una dreher; proprio ieri parlavo con un terrorista de “Il bombarolo” (questa era facile, grazie per avermela servita). Sarà che condividete entrambi questa onestà del mestiere di scrivere? È una domanda retorica, è così; non devi rispondermi. Ah, la retorica! Le magie che fa, guarda un po’ qui. Dicevamo, De André
“[…] e il marciapiede ti fa / da bara / le daygum protex masticate, / da gigli.” – Dalla tua poesia “Morte di una senzatetto anoressica a dublino”. Qui sei molto De André. Volevo chiederti “Ma non ti sembra che questa senzatetto, senza il consumismo, non avrebbe incontrato una di quelle patologie tipiche del consumismo, come appunto l’anoressia?”. Poi ho cambiato idea, e ho pensato a quest’altra domanda, più generale, che potrebbe essere fatta sia a te, che a De André, che a Boccaccio(ci sta sempre bene Boccaccio): Quindi il mondo è una merda; lo è sempre stato?

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Ti sta molto a cuore questa cosa degli idioti, delle capre. Prima mi dai dell’idiota, e poi della capra. Bukowski dice di preferire gli idraulici ai poeti. Le capre sono dignitose: brucano, e producono un formaggio discreto. E i poeti? I poeti leggono, e poi scrivono, e poi leggono, e scrivono. I poeti non producono formaggio. Prima ti ho detto che leggo pochissimo, che non so chi sia Wittgenstein. Questo perché, è vero, sono un po’ capra anche io: leggere troppo, e basta, non lo trovo giusto. Ho letto un po’ di Carver, qualcosa di Prévert, Neruda, una raccolta di Bukowski, il Canzoniere di Petrarca, mezzo saggio di Galimberti, Dante, Márquez, un libro e mezzo di Grossman, e qualcosa di Nietzsche. Bolaño. Avallone. Benni. Maraini. Ma spendere la vita a leggere non lo trovo giusto. È come guardare la pubblicità della Heineken 0.0 gradi, e non stapparne mai una. I libri parlano della vita, sì, ma leggere della vita non è la vita: leggere della vita è alienazione. Leggere aiuta a vivere, ma è nel non-leggere che la vita c’è. “morte di una senzatetto anoressica a dublino”. La “m” va minuscola. “Il mondo è una merda; lo è sempre stato?” Che cazzo ne so, Ale. Chiunque senta che sia una merda può leggere una mia poesia. E provare a scoprire il contrario. Posso dirti questo.
È del resto giusto che sia la poesia a parlare dell’autore, e non il contrario. In effetti, un’intervista ad un poeta è proprio la cosa più non-sense che riesca a pensare.
A proposito della tua proposta di poesia. Sovrapponi i tuoi testi a delle immagini tipicamente consumistiche: uno zaino rosa Disney, l’alberello Arbre Magique, uno sportello Bancomat. Credo che questo tuo “format” vada ad “arricchire” le tue poesie. E quindi credo anche che i tuoi testi siano meglio fruibili su Instagram, che stampati nella maniera tradizionale su carta. Sei d’accordo?

Sono convinto che una buona poesia rimanga una buona poesia anche se scritta con un pennarello sulla pancia di un ubriaco nudo. La buona poesia è come un buon vino: servirlo in una tazza presa in omaggio al McDonald’s non dovrebbe alterarne la qualità. Prendi Neruda, da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”: la poesia “Giochi ogni giorno con la luce dell’Universo”. Gli ultimi due versi dicono “Voglio fare con te / ciò che la primavera fa con i ciliegi”. Questa roba la puoi anche scrivere col muco sul coperchio di un cassonetto di periferia: sarà sempre strepitosa, e fresca, e nuova. Non so se le mie poesie, scritte col muco o sulla pancia di un ubriaco nudo, mantengano lo stesso sapore. Non ho mai provato. Se trovo un ubriaco nudo ci provo e ti dico. Uso il format poesia-su-immagine-tipicamente-consumistica perché stamparle su carta dà un respiro romantico. E io odio il romanticismo. Più che odiarlo cerco di rinnegarlo, come hanno fatto i futuristi con la storia. Romanticismo : me = pallaalpiede : zoppo. E poi prima di iscrivermi su Instagram, e adottare il format poesia-su-immagine-tipicamente-consumistica, ho fatto un mini ragionamento sui media, e sulla loro storia. Sembra che l’apice dell’orgasmo per un poeta – o per uno che scrive – sia pubblicare un libro, e vedere stampata nella maniera tradizionale su carta (come dici tu) le proprie poesie – o la propria roba. La funzione di un libro e della carta stampata è quella di essere fruibile da molte persone. I libri, e prima di loro le riviste, i quotidiani, sono nati con la possibilità di essere letti dai più, dalla massa. Non è vero che nel 2018 la gente non legge più: ha semplicemente cambiato media. Se una volta i media erano i libri, ora i media sono lo smartphone, Instagram. E cosa dovrebbe trattenermi tra le pagine di un libro di carta stampata? Quello che mi importa è essere letto, e se scrivessi ora su Instagram “lacaccamollaèbuona”, lo leggerebbero circa 400 persone. I media sono cambiati, la poesia pure, ma invariata deve essere l’ambizione mia – e di scrive – di produrre cose di qualità.

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Che bello.
Gestisci anche “un servizio di consegna di poesie a domicilio gratuito”. Anche questo è possibile proprio grazie alle caratteristiche dei nuovi media. Tutti avremmo voluto scambiare, anche una sola volta nella vita, due parole con nonno Ungaretti, ma c’erano evidenti limiti a questo, prima della nascita di Internet. Adesso, invece, tutti possono scambiare due parole con Giulio Zambon. E, per di più, ricevono in omaggio una poesia!

Scambiare due parole con Giulio Zambon si avvicina di più allo scambiare due parole con un mendicante che ti sorride fuori da un discount, piuttosto che con nonno Ungaretti. Ma va bene così. Sono in diversi che criticano questo mio open space (si dice così?): levare il piedistallo che distingue i poeti dalle masse, e renderli portavoce dei bisogni e delle gioie della gente. Questo ad alcuni risulta scomodo, inappropriato; io lo trovo necessario. Dare la poesia a chi gli serve, consegnarla a domicilio come un servizio di pizze d’asporto: questo è il mio servizio di consegna di poesie a domicilio gratuito. Il nome è un po’ lungo, lo so, ma è coerente, e preciso, e sempre meglio di McDelivery.
A Beethoven e Sinatra, preferiresti l’insalata? E a Vivaldi, forse l’uva passa, ché dà più calorie?

A Sinatra sì. A Beethoven no. Sinatra era un mafioso che maltrattava Marilyn Monroe. E, per quanto mi riguarda, questo compromette le sue canzoni. Beethoven era un animale, era viscerale, si svegliava sconvolto e scriveva, e ogni volta che ascolto la nona ci trovo qualcosa di nuovo e mi metto la faccia nelle mani. Vivaldi lo ascolto in treno. Ho un mp3 Audiola che ho pagato 30 euro. E lì ci ascolto l’Inverno, la nona, qualcosa di Gershwin, Eminem, Rita Pavone, Dj Premier, Mahler, e poca altra roba. Mi piace Beethoven, e mi piace Vivaldi. Ma oggi tutti dicono “mi piace Beethoven, e mi piace Vivaldi”, e poi all’Expo Milano 2015 fanno ascoltare dall’Albero della Vita (che nome insignificante) una versione remixata dell’Estate. Se vuoi remixare Vivaldi, devi prima fare a botte con me. Devi spaccarmi il naso. E poi tumefarmi un occhio. Per la maggior parte delle persone, dire “mi piace Beethoven, e mi piace Vivaldi” è come mettere una citazione di Bukowski sotto una foto di Instagram: è uno status symbol, una cosa pretenziosa, e niente più. Andate su YouTube digitate “nona di beethoven” e ascoltatela tutta cazzo. Comunque non ripudio l’insalata, e nemmeno l’uva passa.

Ci lasci con una canzone, senza spiegarci perché?
La canzone che ti lascio è la mia: si chiama “che ci importa dello stupro”.
Baci abbracci e limoni.

 

 

Giulio Zambon, il poeta da supermercato, su Instagram: https://www.instagram.com/zambongiulio/

4 pensieri su “#InterSviste: il poeta da supermercato Giulio Zambon

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